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Editoriale

Persone chiamate alla pienezza

Nella vita si cerca di vivere in pienezza e di essere felice. Occorre comprendere cosa si intende per “pienezza” e “felicità”
  28 novembre 2019

Felicitas deriva dall’aggettivo felix, che vuol dire fecondo, fertile, fruttifero. Sembra intendere che nella persona esista una certa fertilità, una fecondità, un andare oltre, verso il di più. Il sinonimo beatitudo proviene dal verbo beo, beare, beatum che significa riempire, colmare, arricchire, e per estensione fare felice e rallegrare. Beatitudine suppone qualcosa che rende felice, arricchisce, riempie la persona, la porta al di più. Non è soltanto stare a proprio agio, sentirsi contento.

Siamo sempre un voler essere in più. E questo avviene nella vita quando attualizziamo le nostre potenzialità e vocazioni, nella misura in cui ci apriamo alla realtà, scoprendo un senso profondo delle cose, mettendo in ordine tutte le nostre dimensioni e superiamo qualsiasi cosa possa bloccare questa aspirazione profondamente esistenziale. Questo dinamismo è stato percepito da alcuni pensatori, per esempio Pindaro e Fichte, come il primo imperativo morale: “Diventa chi sei”.

Ogni persona, in modi diversi, porta con sé un desiderio di pienezza, un’aspirazione a esistere in pienezza o una volontà di essere di più e in più. È un desiderio al di là delle necessità, dei desideri concreti e particolari, dei desideri naturali e di quelli che la società promuove, direi quasi un anelito inestirpabile. Un desiderio di andare oltre se stesso e di superarsi; è il desiderio di oltre-ogni-altro-oltre.

La persona stessa è desiderio. Al di là della volontà di piacere di Freud, di potere di Adler o Nietzsche, e anche della volontà di senso di cui parla Frankl, la persona è volontà di pienezza. Solo perché si sente davvero chiamata alla pienezza, può trovare un senso a quello che fa o a quello che soffre.

La persona percepisce ciò che è, ma anche ciò che ancora non è e vuole essere. Fa esperienza della privazione e della mancanza: ciò significa che la persona vuole essere e non è, essendo la sua vita il cammino tra ciò che è e quello che vuole essere e ancora non è. Per intraprendere questo percorso deve mettere in gioco la sua libertà.

Perché tutti aspiriamo a un orientamento o attuazione essenziale nella propria vita? È il modo personale con il quale ognuno di noi realizza e vive la sua chiamata alla pienezza. Siamo felici nella misura in cui camminiamo verso di essa. La felicità è una porta che si apre verso fuori; anche se è un dono, si realizza mettendo la propria vita in gioco. La persona infatti cresce impegnandosi in quello che scopre come prezioso.

Nella vita umana troviamo due ingredienti inseparabili: la quotidianità e la proiezione. Se la vita da una parte è quotidiana, dall’altra è proiezione. Ogni giorno facciamo l’esperienza del sonno e della veglia. Nulla di più quotidiano, ma nulla di più profondo. Nel fenomeno dello svegliarci, tornare dal sonno alla quotidianità, ciò che è decisivo è che io trovi la felicità come uno sfondo che abbia un senso. Quando c’è felicità ci si sveglia al nuovo giorno, con le sue sorprese e con un “sí” già detto. Quando mi sveglio con un nuovo “si” alla vita e con il desiderio che possa continuare infinitamente mi avvicino alla vera felicità.

 

Luis Rosón

Decano della Facoltà di Filosofia