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Incontro FakePace28mag2018(Roma, 31 maggio 2018) - La verità come principio di responsabilità, è stato il titolo della giornata di formazione permanente per giornalisti e pubblicisti iscritti all’albo professionale dei giornalisti del Lazio. Vi hanno preso parte oltre ottanta “professionisti” dell’informazione che si sono confrontati sull’attualissimo tema delle fake news con uno sguardo a un argomento nuovo per l’Italia come il giornalismo di pace. L’incontro ha avuto luogo lo scorso sabato 26 maggio presso la sede della FSC dell’Università Salesiana.

Nella prima parte (“Etica, verità e libertà nell’informazione oggi”) gli interventi si sono concentrati sulla fondazione etica dell’informazione. Verità e libertà non si escludono, anzi si richiamano e chiamano a loro volta la responsabilità a cui si fa sempre appello, ma è spesso disattesa, quando non dribblata, in nome di una performatività professionale incentrata su tempestività e sensazione. “Non c’è libertà senza verità, e non c’è verità senza ricerca di senso”, ha affermato Renato Butera - docente di Etica e Deontologia della Comunicazione e del Giornalismo, Università Salesiana - ricordando che la responsabilità del giornalista è alla base della sua credibilità, qualità che fa emergere il grado di corrispondenza alla fiducia del pubblico.

Di credibilità dell’informazione ha parlato Andrea Melodia, giornalista, concentrando il suo intervento sull’art. 2 della legge professionale 69/1963. Oggi quella del giornalista è una professione in crisi che necessita una cura ricostituente per svolgere la sua missione di servizio pubblico. “La credibilità specifica di una notizia può essere rafforzata dalla pratica del fact checking”, che richiama l’impegno della verifica. Melodia ha anche rievocato l’importanza della reputazione che ultimamente è in considerevole crisi tra il pubblico italiano. La prospettiva offerta dal giornalista è di aumentare la qualità dell’informazione scartando la tensione alla spettacolarizzazione e all’emotività ad ogni costo.

Francesco Occhetta, giornalista de “La Civiltà Cattolica”, ha chiuso questa prima parte soffermandosi sulle “Responsabilità del giornalista nei codici deontologici”. Definendo la deontologia, Occhetta ha fatto emergere una “trilogia” intrinseca: Forma, sostanza e fine, e cioè i princìpi dei codici, quelli del giornalista come persona e l’intenzionalità, “ciò che distingue una azione corretta da un’azione buona”. Ha anche indicato tre antidoti che fanno dei doveri contenuti nella deontologia manifestazioni di responsabilità: la prossimità, la comunità e la coesione sociale. Servono a evitare i conflitti e a combattere i populismi, in ragione del servizio pubblico che rimanda alla «relazione» (servizio), “soprattutto con chi non ha voce”, e a «comune» (pubblico) e “attiene alla costruzione e alla condivisione di vincoli sociali e alle alleanze tra generazioni e parti sociali”.

Animato il dibattito che ha fatto seguito ai primi tre interventi in cui è stato sottolineata il paradossale atteggiamento del professionista dell’informazione che riconosce l’importanza di fondamento etico e deontologico della professione, ma riconosce altrettanto la liquefazione di questi al momento della pratica quotidiana. La spinta è quella di mirare alle “buone pratiche” eticamente fondate.

La seconda parte dell’incontro (“Il tempo della post verità”) ha visto l’intervento di Paola Springhetti, giornalista e docente UPS, dal titolo “Dalle fake news all’hate speech”, e quello di Fabio Pasqualetti, docente di Comunicazione e sviluppo e Opinione pubblica (UPS) dal titolo “La verità vi farà liberi, i big data “no”. Le implicazioni del culto del dataismo nella vita sociale”. Quest’ultimo ha spiegato come la capacità di poche grandi aziende di raccogliere, catalogare e utilizzare i dati di miliardi utenti abbiano trasformato la nostra società in una società del controllo che ci toglie libertà e ci rende manipolabili. Paola Springhetti, da parte sua, ha spiegato come si creano e si diffondono le fake news e come queste spesso si trasformano in discorsi di odio.

Il pomeriggio si è aperto con l’intervento di Angela Dogliotti, presidente del Centro Studi Sereno Regis di Torino, su “La teoria del Giornalismo di pace secondo Galtung e Lynch”. Il Peace Journalism è una teoria e una pratica nate alla fine degli anni Sessanta per opera di Johan Galtung e accolte e proseguite da Jake Lynch e Annabel Mcgoldrick, ma arrivati in Italia solo in tempi recentissimi grazie alla pubblicazione del volume “Giornalismo di Pace”, curato da Nanni Salio e Silvia De Michelis del Centro Sereno Regis. Dogliotti ne ha colto gli elementi particolari facendone risaltare non la superficialità del “buonismo” quanto l’impegno gravoso del dialogo onesto e paritetico di cui vanno spiegate con obiettività le posizioni per promuoverne l’incontro e la soluzione.

La giornata si è conclusa con un intervento che ha coinvolto tre studenti ricercatori della Facoltà: Ermanno Giuca, Giorgio Marota e Veronica Petrocchi. I tre si sono concentrati su “L’impegno della società civile e delle istituzioni contro fake news ed hate speech” facendo risaltare le buone pratiche in atto e in via di definizione. Infine, Vania De Luca, giornalista di Rai News e presidente UCSI, ha chiuso la giornata di formazione e aggiornamento invitando a “Ripartire dalle buone prassi” e interpretando alcune suggestioni provenienti dal messaggio di Francesco per la 52^ Giornata Mondiale della Comunicazione.

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