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Ramona Privitelli

Ex allieva della Facoltà di Scienze della Comunicazione sociale, ricorda gli anni di formazione e le esperienze vissute all’UPS. Un racconto toccante e di speranza dal reparto Covid in cui lavora

Sono originaria dell’Isola di Malta, suora della Carità di Santa Giovanna Antida Thouret, infemiera e appasionata di editing e video making. È stata proprio questa passione che ha portato i miei superiori a propormi di studiare, nell’ottobre 2015, Scienze della Comunicazione sociale all’Università Pontificia Salesiana. Anni di formazione in cinema, semiotica, radio, fotografia, teologia, pedagogia, in relazione con persone di culture diverse, in un clima di crescita professionale e umana.

Nel 2020, come molti altri colleghi infermieri, siamo stati richiamati per far assistere i pazienti affetti da un virus, che da lì a poco avremmo iniziato a chiamare Covid-19.

All’inizio tanti mi chiedevano: “Che c’entra un’infermiera in una Facoltà di Comunicazione sociale?” Il tempo e l’esperienza mi hanno aiutata a capire sempre di più quanto i due ambiti, invece, coincidano. Gli anni in FSC mi hanno aiutato a collaborare meglio con i miei colleghi, con i miei pazienti e a lavorare con persone di diverse culture. L’aver studiato mi ha aiutata ad aprire la mente e ad avere un occhio più attento e anche più critico. Studiare all’Università Salesiana significa crescere in un clima familiare, grazie alla disponibilità e alla professionalità dei docenti, alla loro “cura” per far emergere il talento di ogni singolo studente.

Tutto questo lo porto con me ogni giorno, in modo speciale nei reparti dell’ospedale, perché essere un’infermiera in questo tempo di “guerra” non è facile. Ci sono immagini e storie che non potrò mai dimenticare. Non dimenticherò quelle voci che ci chiedevano aiuto, quella figlia “salutare” al telefono suo padre in fin di vita, non dimenticherò mai la nostra impotenza davanti a tutto quel dolore.

Non dobbiamo arrenderci, e lo dobbiamo fare per tutti i giovani volontari, infermieri e medici che, nonostante i turni massacranti, continuano a dare speranza ai loro pazienti consolandoli nella solitudine, alleviando il più possibile il dolore, cercando di strappare un sorriso nonostante le mascherine e le tute di protezione.

Ecco, ho la gioia di vivere ogni giorno tutti questi doni del Signore, custodendo gli anni vissuti in Facoltà, che ringrazio per avermi insegnato che si può essere professionisti senza rinunciare all’umanità.